Furti di campane e di statue di bronzo in tutta Italia. Scompaiono sculture e monumenti che vengono fusi. Chi sono i ladri. Quanto guadagnano. A cosa serve questo metallo. Quanto ricavano da una campana. Cosa fare
Furti di campane e di statue di bronzo in tutta …Da Siracusa al Veneto, passando per Reggio Emilia, Torino, il Bergamasco, il Cremasco, il Milanese e il Trevigiano, si moltiplicano i furti di campane, statue in bronzo, epigrafi funerarie, busti commemorativi, cancelli storici e altri manufatti metallici custoditi in chiese, cimiteri monumentali e spazi pubblici. Le cronache raccontano episodi apparentemente isolati, ma l’analisi rivela un fenomeno nuovo e molto più esteso: il patrimonio storico diffuso italiano – soprattutto quello Ottocentesco e Novecenteco – è diventato un obiettivo della criminalità specializzata, che non cerca più opere da rivendere sul mercato clandestino dell’arte, ma bronzo destinato a essere rifuso per recuperarne il rame.
Questa inchiesta ricostruisce i casi più significativi, segue il percorso del metallo rubato, spiega quanto possono guadagnare i ladri da una campana o da una statua e analizza le ragioni economiche che stanno trasformando monumenti e cimiteri in una nuova frontiera dei furti di metalli. Con una lettura culturale e antropologica. Dice Maurizio Bernardelli Curuz: “La pratica crematoria, per la quale si era battuta la massoneria, nell’Ottocento e nel Novecento, è ora estremamente diffusa e ha piegato il Cristianesimo che, per decenni, aveva combattuto per l’integrità del corpo, come oggetto di Resurrezione, al di là dei Tempi.
Non esiste più il culto foscoliano della tomba, ma quello della dispersione delle ceneri. E’ un mutamento profondo della nostra cultura. E’ un ritorno all’Età del Rame, all’Età del Bronzo, all’Età del ferro. Alle epoche tecnocratiche che individuavano nel fuoco uno strumento che faceva della tecnica il fine. Per questo, nuovi gruppi colpiscono proprio laddove, come era avvenuto nelle ville romane durante il declino, non esiste più un valore condiviso. I nostri spazi sacri sono spiritualmente abbandonati dalla maggioranza degli italiani e degli europei. Così come le grandi gallerie dell’Ottocento, costituite dalle città dei defunti. E ciò, come avviene in ogni ecosistema collassato culturalmente e politicamene, lascia spazio ai destrutturatori”.
La cronaca – La lastra bronzea che ricordava il colonnello Luigi D’Anna non è sparita per il suo valore storico. Chi l’ha staccata dalla tomba del Cimitero comunale di Siracusa non cercava un cimelio militare né un oggetto da collezione. Cercava metallo. È un particolare che cambia completamente la prospettiva del fatto di cronaca. Dietro quel furto non c’è soltanto la violazione di una sepoltura, ma un fenomeno molto più ampio che, negli ultimi anni, sta colpendo monumenti, chiese, cimiteri, edifici storici e perfino campane. Opere che hanno attraversato guerre, terremoti e trasformazioni urbane vengono oggi prese di mira perché contengono bronzo, e quindi rame, una delle materie prime più richieste dall’industria contemporanea.
Il caso di Siracusa non è isolato. Scorrendo le cronache degli ultimi mesi emerge una geografia sorprendente, che attraversa quasi tutta la penisola. Nel Veneto il ripetersi di furti di campane ha indotto amministratori locali, parrocchie e cittadini a costituire un comitato di difesa, nella convinzione che non si tratti più di episodi occasionali ma di un fenomeno destinato a ripetersi. Le campane rappresentano uno degli obiettivi più redditizi: sono realizzate con una lega ad altissimo contenuto di rame, hanno un peso considerevole e, nelle chiese isolate o nei piccoli centri, possono essere sottratte approfittando delle ore notturne.
A Reggio Emilia l’attenzione si è concentrata sul Cimitero Monumentale, dove sono stati denunciati furti di elementi in bronzo e rame da tombe, cappelle e monumenti. Non vengono asportati soltanto piccoli fregi o portafiori, ma anche statue, decorazioni e parti architettoniche che richiedono tempo e attrezzature per essere rimosse. È un particolare importante: chi agisce sa dove intervenire, conosce il materiale che sta cercando e arriva sul posto già equipaggiato. Altro elemento da considerare. Se qualche furto, nel passato, avveniva per alimentare il mercato dell’arte, l’oggetto – per quanto sottratto con la consumazione di un reato – tornava in circolazione e, in alcuni casi, poteva essere recuperato. Ora che si punta al furto per l’estrazione della materia prima, questi oggetti scompaiono per sempre.
Nel Bergamasco il fenomeno assume dimensioni ancora più evidenti. A Tagliuno, frazione di Castelli Calepio, i ladri sono riusciti a rimuovere dodici statue in bronzo dal cimitero. Secondo le ricostruzioni, stavano ancora caricando il bottino quando sono stati disturbati dal passaggio di una persona. L’episodio lascia intuire l’organizzazione necessaria per un’operazione del genere: statue di quelle dimensioni non possono essere trasportate a mano per lunghe distanze e richiedono almeno un mezzo adeguato e più persone impegnate contemporaneamente.
Sempre in Lombardia, a Olcella, nel comune di Busto Garolfo, i visitatori del camposanto hanno trovato tombe private delle croci e delle decorazioni bronzee. Nel Cremasco e nella Bergamasca numerosi cimiteri sono stati colpiti in successione, con modalità così simili da spingere gli investigatori a ipotizzare l’azione di gruppi itineranti. Le opere vengono selezionate con criterio: statue di angeli, busti, croci, bassorilievi, lettere bronzee delle epigrafi, elementi ornamentali facilmente smontabili ma sufficientemente pesanti da garantire un buon ricavo.
Anche il Trevigiano ha conosciuto una serie di incursioni. Nei cimiteri di Zoppè, San Vendemiano, Mareno di Piave e Ogliano i ladri hanno sottratto statue, oggetti sacri e manufatti commemorativi, dimostrando una sorprendente rapidità di esecuzione. In alcuni casi le visite ai cimiteri del mattino hanno restituito ai familiari uno scenario inatteso: basamenti vuoti, segni di smerigliatrici sul marmo, bulloni recisi e frammenti metallici rimasti a terra.
Torino offre una prospettiva diversa ma altrettanto significativa. Il Cimitero Monumentale, uno dei più importanti complessi scultorei italiani, continua da tempo a registrare denunce per la sottrazione di statue bronzee e parti decorative. È un patrimonio immenso, distribuito su ettari di superficie e composto da migliaia di monumenti funerari, molti dei quali realizzati da scultori di primo piano tra Ottocento e Novecento. Controllare un’area così vasta è estremamente difficile e proprio questa vulnerabilità viene sfruttata da chi conosce il territorio.
La cronaca, però, racconta soltanto l’ultima fase del problema. Per capire che cosa stia realmente accadendo bisogna osservare insieme episodi che, presi singolarmente, sembrano scollegati. Non spariscono soltanto campane. Spariscono anche grondaie in rame da edifici storici, cancelli monumentali, busti commemorativi, lapidi, bassorilievi, elementi decorativi di fontane e perfino componenti di monumenti dedicati ai Caduti. Cambia l’oggetto, ma non cambia la logica del furto.
Fino a non molti anni fa il furto di un’opera d’arte era generalmente collegato al collezionismo clandestino. Il manufatto conservava la propria identità: una statua restava una statua, un dipinto rimaneva un dipinto, un reperto archeologico continuava a essere riconoscibile. Oggi, invece, come dicevamo, una parte consistente di questi furti segue una strada diversa. L’opera non interessa in quanto tale. Interessa come deposito di metallo. Il valore artistico viene cancellato deliberatamente perché costituisce un ostacolo alla rivendita. Una volta ridotto in frammenti e avviato alla fusione, il bronzo perde qualsiasi possibilità di essere identificato.
È un cambiamento profondo anche dal punto di vista investigativo. Recuperare un dipinto rubato è difficile, ma possibile. Recuperare una campana o una statua dopo che sono state fuse è praticamente impossibile. In quel momento il bene culturale cessa di esistere e sopravvive soltanto come materia prima destinata a un nuovo ciclo produttivo.
Ed è proprio questo passaggio a suggerire una domanda che finora è rimasta quasi sullo sfondo delle cronache: perché proprio adesso il bronzo è diventato un obiettivo così ricercato? Per rispondere bisogna abbandonare per un momento cimiteri e campanili e seguire il percorso del metallo fino ai mercati internazionali delle materie prime, dove il rame è diventato uno degli elementi più strategici dell’economia contemporanea.
Il bronzo accompagna la storia dell’uomo da oltre cinque millenni. Prima ancora che diventasse il materiale privilegiato per statue, monumenti e campane, segnò un’intera fase della civiltà europea, tanto da dare il nome all’Età del Bronzo. È una lega relativamente semplice, composta prevalentemente da rame – in genere tra l’80 e il 90 per cento – e stagno, con percentuali variabili di altri metalli. Proprio questa elevata presenza di rame spiega perché oggi il bronzo sia tornato a suscitare l’interesse della criminalità.
Il rame è infatti uno dei metalli strategici del XXI secolo. Nessun altro materiale unisce in modo così efficace conducibilità elettrica, resistenza alla corrosione, duttilità e facilità di riciclo. È presente nelle linee ad alta tensione, nei trasformatori, nei motori elettrici, nei cavi delle telecomunicazioni, negli impianti fotovoltaici, nelle turbine eoliche, nelle batterie, nelle colonnine di ricarica per i veicoli elettrici e nelle grandi infrastrutture digitali. Anche la crescita dei data center e delle tecnologie legate all’intelligenza artificiale richiede reti elettriche sempre più potenti e, di conseguenza, enormi quantità di rame.
Negli ultimi anni il prezzo internazionale del metallo ha raggiunto livelli elevati e gli analisti ritengono che la domanda continuerà a crescere. L’apertura di nuove miniere richiede tempi lunghi, investimenti enormi e autorizzazioni ambientali sempre più complesse. Per questo motivo il rame riciclato è diventato una risorsa essenziale. Oggi oltre un terzo del rame utilizzato dall’industria mondiale proviene dal recupero di materiali già esistenti.
È qui che si inserisce il mercato del bronzo rubato.
Quanto rende una campana rubata?
Una piccola campana, del peso di circa 100-150 chilogrammi, può fruttare al ladro tra i 300 e gli 800 euro, a seconda della composizione della lega e delle quotazioni del momento.
Una campana di medie dimensioni, tra 300 e 500 chilogrammi, può garantire un ricavo indicativo compreso fra 1.000 e 2.500 euro.
Una grande campana, superiore ai 700 chilogrammi e talvolta vicina alla tonnellata, può arrivare a far guadagnare tra 3.000 e 6.000 euro, ma richiede mezzi di sollevamento, un autocarro, diverse persone e tempi operativi molto più lunghi.
Queste cifre, però, non corrispondono al valore reale del metallo. Il ladro non vende infatti il bronzo direttamente al prezzo di mercato. Lo consegna a un ricettatore, il quale trattiene una parte consistente del guadagno prima di inserirlo nel circuito del recupero dei metalli. È una filiera nella quale ogni passaggio riduce il margine di chi ha materialmente compiuto il furto.
Il confronto con il valore storico delle opere è impressionante.
Una campana nuova di medie dimensioni può costare decine di migliaia di euro. Se è destinata a un concerto di campane, il prezzo cresce ulteriormente. Se poi si tratta di una campana fusa nel Seicento o nel Settecento, il problema cambia completamente natura: non è più soltanto una questione economica. Ogni campana possiede infatti una propria identità sonora. Lo spessore della lega, la forma, il diametro e perfino le decorazioni influenzano il timbro. Rifonderla significa cancellare per sempre quella particolare voce che ha accompagnato la vita di una comunità per secoli.
Lo stesso vale per le epigrafi funerarie. A prima vista possono sembrare semplici lastre con un’iscrizione. In realtà molte sono opere di fusione di notevole qualità, progettate da architetti, scultori o officine artistiche specializzate tra Otto e Novecento. La perdita non riguarda soltanto il metallo, ma anche un documento storico, un esempio di calligrafia monumentale, un frammento della cultura figurativa del proprio tempo.
Ancora più delicato è il caso delle statue bronzee presenti nei cimiteri monumentali italiani. Molte non sono repliche industriali, ma fusioni eseguite con tecniche tradizionali a cera persa, spesso tratte da modelli originali realizzati da scultori di primo piano. Una volta avviate alla demolizione, non possono essere recuperate. In poche ore un’opera d’arte può trasformarsi in rottame anonimo destinato alla fusione.
Perché scegliere proprio i cimiteri?
La risposta è sorprendentemente semplice. Nei cimiteri monumentali e nei grandi camposanti storici il bronzo è presente in quantità considerevoli. Statue, busti, angeli, croci, lettere delle epigrafi, portafiori, cancellate, lampade votive, fregi ornamentali: tutto rappresenta una potenziale riserva di metallo. Inoltre questi luoghi, soprattutto nelle ore notturne, sono spesso poco frequentati e molto estesi, rendendo difficile un controllo continuo.
Le chiese presentano caratteristiche analoghe. Oltre alle campane, possono custodire portoni decorati, battenti, elementi ornamentali, grondaie in rame e manufatti metallici di pregio. Alcuni furti avvengono persino durante lavori di manutenzione, quando ponteggi e impalcature facilitano l’accesso ai tetti e ai campanili.
Non è un fenomeno esclusivamente italiano. In Francia, Belgio, Germania, Regno Unito e Spagna le cronache registrano da anni furti analoghi, con particolare accanimento verso tetti in rame, statue pubbliche e campane storiche. Ma l’Italia presenta una caratteristica particolare: possiede una concentrazione eccezionale di patrimonio artistico diffuso. Ogni piccolo comune conserva chiese, cimiteri, monumenti ai caduti e opere funerarie spesso realizzate da artisti locali di notevole livello. È un patrimonio immenso, distribuito capillarmente sul territorio e quindi molto più difficile da proteggere rispetto ai grandi musei.
Da questa constatazione nasce un’altra domanda, forse ancora più interessante della precedente. Chi compie materialmente questi furti? Si tratta di ladri occasionali che approfittano di un’occasione favorevole oppure esistono gruppi capaci di muoversi da una regione all’altra seguendo una precisa organizzazione? È seguendo questa pista che l’inchiesta entra nel terreno delle indagini e delle reti criminali che alimentano il traffico dei metalli. Le organizzazioni sembrano spostarsi sui territori, analizzandoli accuratamente. Individuano i lughi monumentali con poche telecamere o con scarsi controlli. O le aree più isolate. Calcolano la quantità dei materiali da rubare e mettono insieme una squadra numericamente in grado di operare con la massima rapidità.
Le indagini condotte negli ultimi anni mostrano che questi furti raramente sono frutto dell’improvvisazione. Portare via una statua di alcune centinaia di chilogrammi o una campana collocata in un campanile richiede sopralluoghi, attrezzature, mezzi di trasporto e una destinazione finale già individuata. È difficile immaginare che un ladro occasionale possa organizzare da solo un’operazione del genere. Gli investigatori parlano spesso di gruppi itineranti che si spostano seguendo una logica precisa: scelgono obiettivi poco sorvegliati, intervengono rapidamente e fanno sparire il materiale prima che possa essere identificato.
“L’aumento della pressione furtiva sui cimiteri è direttamente proporzionale al progressivo abbandono dei cimiteri stessi da parte degli italiani e degli europei, alla perdita della sacralità – ribadisce il critico Maurizio Bernardelli Curuz – Quella dei furti nei cimiteri non è un semplice dato di cronaca nera. Ma testimonia il crollo di un mondo e il ritorno, vero, all’Età del Rame”.
“Se la sottrazione di bronzi e altri elementi monumentali venissero qualificati come reati contro il patrimonio culturale, anziché come semplici furti – argomenta Bernardelli Curuz – il quadro sanzionatorio cambierebbe radicalmente. Oggi, quando il fatto viene ricondotto al furto comune, la pena base è la reclusione da sei mesi a tre anni, aumentabile nei casi di furto aggravato. Qualora invece il cimitero storico e i suoi manufatti fossero considerati parte integrante di un bene culturale tutelato e il reato fosse contestato come furto di beni culturali, insieme alla distruzione o al danneggiamento del bene stessp, le pene potrebbero raggiungere anche i dieci anni di reclusione per il furto aggravato di beni culturali, ai quali si aggiungerebbero quelle previste per il danneggiamento o la distruzione del bene culturale, puniti fino a cinque anni di reclusione“.
La trafila seguita da una campana o da una scultura rubata
Il primo passaggio, dopo il furto, è la ricettazione. Il bronzo viene ceduto a intermediari che provvedono a eliminarne qualsiasi elemento riconoscibile. Statue, epigrafi e campane vengono spezzate con mole e cesoie idrauliche; iscrizioni, stemmi e decorazioni vengono distrutti.
Nella maggior parte dei casi il bronzo rubato non viene spedito immediatamente oltrefrontiera. Prima subisce quasi sempre questo pretrattamento clandestino, durante il quale statue, epigrafi e campane vengono tagliate con flessibili, frantumate o deformate per eliminare iscrizioni, stemmi e altri elementi che ne permetterebbero l’identificazione. Solo dopo essere stato ridotto a semplice rottame entra nella filiera della ricettazione, passando attraverso uno o più intermediari. Gli impianti di recupero autorizzati italiani sono soggetti a rigorosi obblighi di registrazione e tracciabilità e, se rispettano la normativa, non possono accettare materiali di evidente provenienza illecita; proprio per questo la criminalità tende a utilizzare ricettatori e canali irregolari per “ripulire” il metallo prima che raggiunga il mercato legale.
Una parte del materiale può essere rifusa in Italia, ma una quota può anche proseguire verso l’estero, mescolata ad altri rottami metallici, rendendo molto difficile ricostruirne l’origine. Rafforzare i controlli fiscali e documentali lungo tutta la filiera del commercio dei metalli, con verifiche incrociate sulla provenienza del rottame e sui flussi commerciali, rappresenta uno degli strumenti per rendere più rischioso e meno conveniente il riciclaggio del bronzo rubato. Un altro elemento fondamentale è identificare i gruppi d’azione poiché la filiera sembra collegata da stretti rapporti di conoscenza, se non di appartenenza a clan o a famiglie tra loro vicine.
Le organizzazioni criminali sfruttano anche un altro fattore. Molti cimiteri monumentali italiani sono immensi musei all’aperto, progettati quando nessuno immaginava la necessità di difendere le opere con sistemi di sicurezza moderni. La Certosa di Bologna, Staglieno a Genova, il Monumentale di Milano, il Verano di Roma, il Monumentale di Torino, ma anche decine di cimiteri storici di centri minori custodiscono migliaia di statue, bassorilievi, cancellate artistiche e monumenti funerari realizzati dai migliori scultori dell’Ottocento e del Novecento. Sorvegliare in modo continuo superfici tanto vaste è estremamente complesso.
Anche le chiese rappresentano un obiettivo vulnerabile. Le campane sono spesso collocate in edifici isolati, accessibili attraverso scale interne o ponteggi utilizzati durante restauri e manutenzioni. Le grondaie in rame possono essere rimosse rapidamente, mentre portoni storici, battenti e decorazioni bronzee vengono presi di mira soprattutto nei piccoli centri, dove la presenza notturna è limitata.
Il fenomeno non riguarda soltanto l’Italia. Francia, Belgio, Regno Unito, Germania e Spagna registrano da tempo furti analoghi, favoriti dall’aumento del valore dei metalli non ferrosi. In diversi Paesi europei le amministrazioni hanno introdotto registri obbligatori per il commercio del rame usato, controlli più severi sugli impianti di recupero e sistemi di tracciabilità destinati a rendere più difficile la vendita di materiale di provenienza illecita. Nonostante ciò, il mercato clandestino continua a trovare sbocchi, soprattutto attraverso intermediari che operano ai margini della legalità o lungo filiere internazionali.
L’Italia presenta però una fragilità particolare. Nessun altro Paese europeo possiede una concentrazione così elevata di opere d’arte diffuse. Migliaia di piccoli comuni conservano monumenti ai caduti, fontane storiche, cimiteri monumentali, chiese rurali, cappelle votive e arredi urbani realizzati in bronzo tra Ottocento e Novecento. È un patrimonio immenso, distribuito capillarmente sul territorio e spesso privo di sistemi di sorveglianza permanenti.
Gli storici dell’arte ricordano inoltre che molte opere funerarie rappresentano il catalogo più completo della scultura italiana tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Nei grandi cimiteri monumentali lavorarono artisti affermati e laboratori specializzati, sperimentando linguaggi che raramente trovavano spazio nella committenza pubblica. Angeli, figure allegoriche, busti, ritratti e rilievi raccontano l’evoluzione del gusto, della tecnica fusoria e della società italiana. Quando una di queste opere viene ridotta in rottami, non si perde soltanto un oggetto decorativo: scompare una testimonianza della storia dell’arte e dell’artigianato.
Il paradosso economico resta il dato più sorprendente dell’intera vicenda. Per ottenere un ricavo che, nel caso di una campana di medie dimensioni, può oscillare tra uno e due mila euro, viene distrutto un manufatto il cui valore di sostituzione può essere decine di volte superiore e il cui valore storico, se antico o d’autore, è spesso impossibile da quantificare. Lo stesso vale per statue, epigrafi e monumenti commemorativi: il prezzo del rottame rappresenta soltanto una minima frazione del loro valore reale.
Le cronache degli ultimi mesi dimostrano che il fenomeno non è episodico. Dai cimiteri della Sicilia ai campanili del Veneto, dai monumenti dell’Emilia ai camposanti della Lombardia, emerge una nuova forma di criminalità che segue la geografia delle materie prime più che quella del mercato antiquario. Il bronzo non viene più cercato soltanto perché è il supporto di un’opera d’arte; viene cercato perché contiene rame, una risorsa strategica dell’economia contemporanea. È questo cambiamento di prospettiva a rendere particolarmente insidioso il fenomeno: il patrimonio culturale diffuso rischia di essere considerato non come un insieme di opere da conservare, ma come una riserva di metallo da immettere nel ciclo industriale.